Dzog Chen

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Bibliografia Consigliata

Chögyal Namkhai Norbu, "Lo Specchio - Un consiglio sulla presenza e la consapevolezza", Edizioni Shang Shung, Arcidosso, 1983
Scritto durante un ritiro della Comunità Dzogchen del dicembre 1977, è un breve testo che espone con incredibile semplicità e profondità i tre aspetti fondamentali della via dello Dzogchen: il modo di vedere tawa, o comprensione intuitiva del proprio stato primordiale; la meditazione gompa, o coltivazione di questa conoscenza; il comportamento chöpa, o integrazione della meditazione in tutte le attività quotidiane. In particolare questo testo è stato scritto per precisare il principio della consapevolezza e della sua presenza continua, unico sostituto di tutte le regole e le limitazioni proprie delle diverse tradizioni religiose.

Chögyal Namkhai Norbu, "Nascere e Vivere. Trattato sulla Medicina Tibetana", Edizioni Shang Shung, Arcidosso, 1987 nuova ed. 2006
Questo testo è nato dall'esigenza di fornire un'idea generale, ma al contempo più completa possibile, delle concezioni basilari del sistema medico tibetano. Particolare attenzione è stata rivolta alla nascita, non solo perchè la nascita è uno dei momenti cruciali dell'esistenza umana ma anche perchè, per una completa comprensione della nostra condizione, è indispensabile una conoscenza degli stadi e delle modalità di formazione e di sviluppo del nostro organismo fin dal concepimento.

Chögyal Namkhai Norbu, "Dzogchen e Zen", Edizioni Shang Shung, Arcidosso, 2003
Il testo esamina e mette in luce le principali e fondamentali differenze tra queste due tradizioni che hanno in comune l'approccio non graduale alla realizzazione della vera conoscenza. Lo scritto definisce chiaramente quali siano gli scopi che un praticante dello Dzogchen si prefigge e a quale risultato aspiri per il completamento della propria via di realizzazione. Trascrizione della conferenza tenuta all'Università della California nel 1981.

Chögyal Namkhai Norbu, "Il Fondamento della Via", Edizioni Shang Shung, Arcidosso, 2006
"Se osserviamo bene, la maggior parte di noi è proprio come una pietra nel mare. Magari parliamo del Bodhichitta, di agire per il bene degli altri e di tante belle cose e viviamo in un'atmosfera tutta rosa, ma poi restiamo come una pietra.
Di solito le cose messe nell'acqua si ammorbidiscono, ma una pietra no, resta sempre dura perché quella è la sua condizione, non si rilassa mai e anche dopo secoli e secoli non ha la minima idea di integrarsi con l'acqua. Anche se sta per migliaia di anni nell'acqua, quando si rompe vediamo che dentro è secca.
Così il nostro ego non si integra mai con l'insegnamento, è solo capace di pronunciare tante belle parole come un professore ben preparato che fa una conferenza e tutti dicono: "Ah, che bravo, che bel discorso ha fatto". Ma in realtà non ha integrato niente in se stesso e la sua condizione non è cambiata nemmeno di una virgola. Ecco, l'insegnamento non deve diventare così, l'insegnamento dev'essere integrato in se stessi, ma per integrarlo bisogna aprirsi un pochino, cioé bisogna osservare se stessi e comprendere la propria condizione".
In questo libro che è una raccolta di insegnamenti sono esposte alcune delle basi fondamentali per osservare se stessi e comprendere la propria condizione: le Quattro Consapevolezze, il Rifugio, il Bodhichitta, i Tre Allenamenti, i Tre Sacri Fondamenti, lo Stato del Vajra.

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Chögyal Namkhai Norbu, "Il Cristallo e la Via della Luce - Sutra, Tantra e Dzogchen", Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma, 1987
Compilato in base alle registrazioni degli insegnamenti orali dati da Chögyal Namkhai Norbu in diverse parti del mondo, questo libro esamina i vari livelli del sentiero spirituale dal punto di vista del sommo insegnamento, che nello Dzogchen è presentato direttamente dal maestro al discepolo fin dall'inizio del loro rapporto.

Chögyal Namkhai Norbu, "Dzogchen - Lo Stato di Autoperfezione", Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma, 1986
Chögyal Namkhai Norbu è forse oggi la massima autorità sullo Dzogchen, uno degli insegnamenti diretti più antichi, trasmesso e praticato in Tibet da lama appartenenti a tutte le scuole, che ha mantenuto intatta nei secoli la sua purezza e autenticità. Questi insegnamenti ci offrono un'occasione eccezionale per entrare in contatto con una conoscenza di incomparabile valore sia per gli studiosi del mondo tibetano che per chiunque si interessi allo sviluppo spirituale. Nell'odierno risveglio di interesse per i metodi diretti di realizzazione, lo studio dello Dzogchen ci apre una delle più celebri e misteriose vie dell'illuminazione.

Chögyal Namkhai Norbu, Adriano Clemente, "La Suprema Sorgente - Kunjed Gyalpo, il Tantra fondamentale dello Dzogchen", Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma, 1997
Accurata presentazione dello Dzogchen secondo uno dei testi più antichi: il Kun byed rgyal po. Vengono messe in risalto le caratteristiche che rendono lo Dzogchen così diverso sia dalla Via dei sutra, che lavora sul livello del corpo, sia dal tantrismo, che lavora sul livello dell'energia. Le pratiche spirituali dello Dzogchen lavorano invece sul livello mentale per portare l'individuo allo stato primordiale, la fonte di tutte le manifestazioni, uno stato di pura coscienza nel quale si procede fino alla realizzazione totale, o dissoluzione nella luce.

Chögyal Namkhai Norbu, "Lo Yoga del Sogno e la Pratica della Luce Naturale", Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma, 1993
Lo stato della luce naturale è il periodo che inizia quando ci si addormenta e termina quando la mente comincia a funzionare di nuovo, nel sogno. Durante questo periodo, con la pratica corretta dello yoga del sogno, secondo i praticanti del Tantrismo è possibile incontrare la 'luce madre' e, come nello stato intermedio del bardo, ottenere la liberazione. In questo libro Chögyal Namkhai Norbu presenta i metodi per guidare gli stati onirici seguiti nella tradizione Dzogchen, dove sono impiegati per sviluppare una maggiore consapevolezza al fine di raggiungere l'illuminazione.

Chögyal Namkhai Norbu, Trogaw Sampel, "La Grande Guarigione - Insegnamenti di Medicina Tibetana", Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma, 2001
Il testo introduce in maniera chiara e comprensibile gli elementi di base di una teoria e pratica medica che ha saputo sintetizzare, nel corso della sua lunga storia, gli elementi più caratteristici delle medicine indiana, cinese, mongola e di quella autoctona propria del territorio tibetano.

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Chögyal Namkhai Norbu, "Il Libro Tibetano dei Morti", Edizioni Newton Compton, Roma, 2003
Questo classico della religiosità orientale, qui tradotto direttamente dall'originale e arricchito da una serie di suggestive illustrazioni, appartiene - con "Il libro egizio dei morti", con la liturgia cristiana dei defunti e con il rituale cinese del culto degli antenati - al filone di scritture arcaiche attraverso le quali l'uomo ha tentato di affrontare l'angosciante problema della morte, proponendo soluzioni che leniscano il terrore e rassicurino il vivente sul suo ignoto destino. Nel fiorito linguaggio di questo rituale tibetano, la morte si configura in modo radicalmente diverso sia dall'idea di un'integrazione nella gloria divina, sia dal concetto di una dissoluzione totale. Nel tempo intermedio fra la morte fisica e il destino finale, il defunto conserva un 'principio cosciente' sul quale opera il monaco recitante che, mediante la lettura del testo, ingenera in quel 'principio' esperienze visionarie ed evoca le immagini terrifiche degli dei. In virtù di questo rito il defunto/vivente accede a una perfetta conoscenza liberatoria del sè e può realizzare la rinascita.